Una stanza tutta per sé

The London diary & other adventures

Déjà vu

Deja vuIl mio lavoro mi sta offrendo numerosi spunti di riflessione e di apprendimento: prima un bel corso sulle caldaie a gas in zona 1287372 fuori dal mondo, in mezzo al nulla, immersa nel verde, poi un altro corso sulla food hygiene in una location un po’ più fortunata, in centro a Londra.

Un corso di food hygiene, per chi non lo sapesse, si basa sopratutto su 3 cose: germi, batteri e malattie collegate al cibo.
Tre giorni pieni di discorsi vari ed eventuali riguardo a Escherichia Coli, Botulino, muffe, ratti ed altre schifezze affini. Una meraviglia insomma.

Tralasciando la mera opinione personale, che si riassume in “Ma come fa la gente a non sapere che il latte se non viene conservato in frigorifero va a male?”, posso tranquillamente dire che tutto sommato si è rivelata un’esperienza interessate, una maratona di tre giorni durante i quali una vecchina di 80 anni e passa ci ha rimpinzati di thé e biscotti mentre ci parlava di dissenteria. Non so voi, ma una cosa del genere non me la farei scappare per niente al mondo.

Mi è successa una cosa strana però mentre ero a questo corso, ma per raccontarvela devo fare un breve salto nel passato, per la precisione all’estate dei miei 15 anni.
L’estate dei miei 15 anni è stata il momento in cui ho deciso di venire a vivere a Londra, ma io ancora non lo sapevo, almeno, non coscientemente. Spedita da mia madre su un aereo per due settimane nell’isolotto britannico per imparare l’inglese o fatto di tutto tranne che quello, com’è giusto che sia del resto. Prendete 30 teenagers e metteteli insieme per 2 settimane in un ostello per studenti a Londra, in estate, quando c’è quel venticello fresco che risveglia gli animi e gli ormoni che ballano la samba hanno l’ultima sferzata di vita che li svegli completamente. Ecco, credo di aver riassunto abbastanza chiaramente la situazione.
Non che non ce ne fregasse niente dell’inglese, ma come fai a concentrarti sull’inglese quando ci sono così tante altre cose da fare? Vedere il Big Ben, fare shopping, cercare di farti vendere dell’alcool dagli indiani di fianco all’ostello per i festini notturni, andare a Camden a cercare funghetti “che il mio amico li ha presi e bisogna provarli per forza!”, scambiarsi sguardi indecisi, ragazzini che non sanno bene ancora cosa fare con le parole ed ancora meno con le mani. Insomma, c’è da sperimentare, non c’è tempo per l’inglese.
Però c’era tempo per Londra, anzi, Londra era il fulcro di tutto il nostro ribollire.

Ed io camminavo, già ai tempi camminavo, con molta meno lena, molta più indecisione ed un sacco di insicurezza in me stessa.
Io sono strana, molto strana, come credo ogni persona abbia le sue stranezze alla fine dei conti. Ma chi mi conosce sa che starmi dietro non è facile, perché mi alzo una mattina e decido che per una settimana voglio stare da sola, e così deve essere. Amo stare in mezzo alla gente ma quando ho i miei momenti di sazietà devo staccare la spina, e quando la stacco la stacco veramente. Sfido chiunque a non mandarmi a raccoglier ortiche.
Camminavo da sola un pomeriggio, il tratto di strada che va da Regent’s Park e Piccadilly Circus, ricordo che riflettevo, ricordo che ho pensato tanto quel pomeriggio, ma non ricordo di preciso a che cosa pensassi. Mi portavo dietro la solita malinconia cronica che ogni tanto riaffiora più pesantemente e mi si porta via, la stessa che ora ho imparato a controllare, ma che 11 anni fa era la mia tortura.

Ero a Piccadilly Circus e c’era una pioggerellina fine fine, come quelle che ci sono solo a Londra, che la senti ma non la vedi, che sembra prenderti in giro infilandosi sotto l’ombrello. Io manco ce l’avevo, l’ombrello, era l’ultimo delle mie preoccupazioni. E con una cioccolata calda in mano, davanti al Cupido, dentro di me ricordo chiaramente di aver pensato “Io qua prima o poi ci vengo a vivere….”.

Durante quella vacanza eravamo in una casa studenti a Regent’s Park, un ostello che dava direttamente sul parco. Ci sono passata davanti tante volte durante questi quattro anni, ogni mattina andando in Università, ed ogni mattina facevo un piccolo sorriso pensando a quanto può essere simpatico il destino alle volte.
Le lezioni di inglese invece erano poco più in là, a Great Portland Street, all’International Students House, che invece per anni non ho più rivisto.
Fino a martedì.

Fa strano vedere quanto le cose siano cambiate dopo 11 anni, fa strano vedere quanto sono cambiata io.
L’ingresso è lo stesso, ma all’interno è stato tutto rimodernato, la scala invece è ancora lì, quella dove abbiamo fatto l’ultima foto l’ultimo giorno dei corsi, 30 quindici/sedicenni coi postumi di due settimane di Londra addosso.
La mensa è ancora lì, ed immagino che lo siano anche le aule nelle quali in quelle state ho frequentato le lezioni di inglese, quando ho imparato che dragonfly è libellula.

È assurdo come questo tipo di coincidenze mi capitino sempre nei momenti nei quali non so cosa sia giusto fare, dove sia giusto andare, in che modo muoversi.
Non che una scala mi abbia rivelato il segreto della vita, sia chiaro, ma non posso fare a meno di domandarmi se, in fondo, tutta questa sequenza di eventi non è altro che un cerchio che si chiude, prima di poter iniziare a tracciarne uno nuovo.
Esistono centinaia di conference centres a Londra, centinaia di luoghi nei quali questo benedetto corso di food hygiene avrebbe potuto avere luogo, ed invece è successo proprio lì, esattamente in quelle aulee, sono tornata ai miei 15 anni e li ho rivisti con gli occhi di una ventiseienne incasinata che non ha ancora capito cosa voler fare della propria vita, ne dove sopratutto, ma che almeno ci sta provando.

Non mi è mai più successo di pensare tra me e me quello che ho pensato quel pomeriggio di 11 anni fa a Piccadilly Circus, mai, in nessun’altra città, in nessun altro momento. Ma so che quando capiterà mi dovrò cominciare a fare due domande.
Per il momento il mio posto è proprio qui.
E non poteva esserci un momento migliore.

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4 comments on “Déjà vu

  1. Erika
    8 November 2013

    …come sempre brividi e occhi lucidi parola dopo parola. 🙂
    Mi ci voleva questo post prima di iniziare la giornata a completare la tesi..e poi hai parlato dell’International Student house, tre giorni che non dimenticherò: capitare a Londra quasi per caso durante i 60 anni di regno vedere tutti i 3 giorni di festeggiamenti e la Regina passarmi a un palmo dal naso e essere fiera quasi come un anglossassone 😉

    Appena vengo a Londra voglio vederti voglio prendere un caffè e qualche chiacchiera con te. 😛
    Buona giornata!

    • Federica
      9 November 2013

      🙂 Sono felice che la tua giornata sia iniziata con una sferzata diversa grazie a queste parole 🙂
      Fammi sapere quando sei da queste parti, mi raccomando 😉

      Buona serata!

  2. lauryn77
    8 November 2013

    Londra è una città dalle mille coincidenze. Pensa che mia sorella, di cui ti ho fatto segnalazione su twitter, non aveva ancora visto Londra. abbiamo passato anni a fantasticare di andarci (per me tornarci) insieme, ma non l’avevamo ancora fatto (per colpa della mia paura dell”aereo aggiungo io ora).
    insomma, mica l’azienda per la quale lavora, e che le ha prenotato tutto per la conferenza cui doveva andare, le ha prenotato lo stesso albergo dove andai io 18 anni fa? incredibile. un segno. quando mi ha detto il nome dell’albergo mi sono rasserenata. Londra sai davvero stupire. Quanti alberghi ci saranno!??!? 😀

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