Una stanza tutta per sé

The London diary & other adventures

Non è un paese per me

Uno stato lungo su Facebook non è bastato per togliermi di dosso l’incazzatura che ho provato per quello che è successo ieri.
Non basterà nemmeno questo post probabilmente, ma tentare non costa nulla, e le parole mi escono così facilmente che trattenerle sarebbe la cosa più stupida da fare.


Ho letto parecchi commenti su Facebook a.k.a. lo specchio dell’anima, nei quali il concetto predominante mi sembra essere quello dell’omosessualità incompresa, nonostante non sia stata ancora confermata la motivazione che ha spinto “Andrea” (il nome è di pura fantasia) a compiere un gesto così disperato.
E questo è il primo punto che mi fa incazzare, perché la sessualità entra sempre in gioco, anche quando in realtà non dovrebbe.
La superficialità con cui vengono trattati certi argomenti mi lascia basita, e pensare che uno smalto e un po’ di trucco rendano omosessuale un ragazzo onestamente lo posso concepire fino ad un certo punto.
Se mi rasassi a zero e portassi una tuta allora dovrei essere considerata lesbica a priori? Se smettessi di truccarmi o di farmi la tinta allora vorrebbe dire che mi piacciono altre donne?
Non so, onestamente non capisco.
Si scade sempre nei preconcetti, nei pregiudizi, negli stereotipi più banali e superficiali. Non è ignoranza anche questa?
Forse sbaglierò, ma il continuare a sottolineare i gusti sessuali  (ipotetici, in questo caso) di una persona non fa altro che accentuare il fatto che siano diversi da quelli delle altre persone e che quindi debbano essere in un certo qual modo accettati.
Vi faccio un esempio più concreto.
Prendete un bambino di 4 anni, un bambino che ha appena cominciato ad andare all’asilo.
Ipotizziamo che questo bambino abbia 10 compagni di classe e su questi 10 compagni uno di loro sia del nord africa, un altro asiatico e un altro slavo.
Alla fine della prima giornata in asilo, quando la mamma gli chiederà “Amore, ti sei divertito? Ti è piaciuto?”, quante possibilità credete che ci siano che quel bambino dia peso al fatto che fra i suoi compagni ce ne sono alcuni che sono esteticamente diversi da lui? Ben poche, quasi nulle.
Perché un bambino non ha la percezione che questo fatto abbia importanza, perché dirlo alla mamma?
Quelli nella sua classe sono tutti compagni, allo stesso identico modo, quel bambino non è stato ancora influenzato dal mondo esterno e da quello che la tv, i giornali, tutto ciò che lo circonda fatta eccezione per i suoi genitori.
Non ancora.
Ora prendete questo esempio ed applicatelo al contesto precedente.
La diversità esiste nell’esatto momento in cui viene definita tale, nell’esatto momento in cui viene sottolineata, altrimenti non esisterebbe nemmeno.
Ma il punto fondamentale è un altro.
Chiunque lo stesse prendendo in giro lo stava facendo perché aveva dei pregiudizi, dei preconcetti, degli stereotipi, che esistono perché siamo stati i noi i primi a crearli, e lo facciamo ogni singolo giorno, nelle situazioni più disparate.
Immaginate un’infermiera, un avvocato, un medico, un hooligan, un meccanico, un calciatore.
La pubblicità, i media ci portano ad avere una visione distorta del mondo che ci circonda; viviamo di stereotipi, di stupidi stereotipi che ci rinchiudono la mente in una scatola e che se non sanno essere gestiti possono portare anche a situazioni di questo tipo.
Non mi accanisco sul fatto che questo ragazzino avrebbe potuto essere gay, o forse stava solo vivendo un periodo di sperimentazione nella propria adolescenza, mi impunto sul fatto che chi lo prendeva in giro lo ha giudicato per partito preso e così stanno facendo anche tutti quelli che sentono il bisogno di sottolineare la sua presunta omosessualità come causa scatenante della derisione, quando in realtà è stata semplicemente l’ignoranza di chi lo circondava.
E ora passiamo al secondo punto, ovvero chi lo prendeva in giro.
Non so chi sia stato, non mi ritengo assolutamente nella condizione di poter accusare a caso, ma la stragrande maggioranza di ciò che ho letto calcava la mano sui così detti “compagni di scuola”, il che, nella mente del lettore medio, ha creato un bel fascio d’erba nel quale sono compresi tutti, ma proprio tutti i ragazzini che circondavano “Andrea”.
È difficile non scadere nel brutto vizio di generalizzare e di tirare tutti quanti all’interno dello stesso calderone.
Io per prima ho vissuto sulla mia pelle la differenza che c’è fra i propri compagni di classe, fra chi prende in giro e chi invece ti protegge, fra chi è debole e si rifà su di te e chi invece ti sta accanto e ti supporta.
Tutte persone che condividevano con me almeno 6 ore di scuola tutti i giorni ma che ovviamente avevano una concezione diversa di ciò che fosse giusto o sbagliato.
La stessa cosa sono convinta che sia valida anche per le persone che circondavano “Andrea”, e leggere sui giornali che vengono tutte dipinte come la causa del tuo malessere onestamente mi fa alterare parecchio, come mi fa alterare il fatto che generalizzare sembra il passo successivo spontaneo nella mente della maggioranza.
Sono basita, so che lo sarò ancora in futuro, esattamente come lo sono stata in passato, eppure vorrei davvero riuscire a sperare, vorrei riuscire ad avere la capacità di ricredermi sul mio paese, sulle persone che lo abitano.
Arriva sempre come una badilata sui denti, l’ennesimo episodio, l’ennesima presa di coscienza nella quale mi guardo intorno e penso brutalmente che “lì in mezzo” non c’entro assolutamente nulla.

Nulla.

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