Una stanza tutta per sé

The London diary & other adventures

Just do it

Scroll down to read the English version

Cesare Pavese scriveva:
“Viaggiare è una brutalità. Obbliga ad avere fiducia negli stranieri, a perdere di vista il comfort familiare della casa e degli amici. Ci si sente costantemente fuori equilibrio. Nulla è vostro, tranne le cose essenziali – l’aria, il sonno, i sogni, il mare, il cielo – tutte le cose tendono verso l’eterno o ciò che possiamo immaginare di esso.”

E’ con queste frasi in mente che mi avvio all’appuntamento che ho fissato per questo pomeriggio, nell’East London.


Da quando vivo qui ho avuto a che fare con persone di tutti i generi e tipi, ma i backpackers sono una categoria ancora non del tutto esplorata, e con una tesi in antropologia turistica da iniziare, mi sembra un ottimo modo per cominciare le mie ricerche.
Con questi pensieri per la testa incontro David e Dylan, due ragazzi australiani in viaggio da circa sei mesi, in lungo e in largo per l’Europa.
Ho conosciuto David per caso, pochi giorni fa, come succede spesso a Londra, durante una serata con amici e chiacchierando ha cominciato a spiegarmi delle sue esperienze di viaggio.
Ci incontriamo nuovamente oggi, a Liverpool Street Station, per continuare quella full immersion nelle nostre esperienze di viaggio.
Chiacchieriamo un po’ del più e del meno prima di riuscire finalmente a trovare un posto dove prendere un caffè decente e poter restare seduti al caldo, dato che oggi Londra tra vento e freddo non vuole darci tregua.
Dylan è giovane, si vede chiaramente, ha l’aria di un ragazzino appena uscito dalle scuole superiori, capelli arruffati e dilatatore al lobo, un look a metà fra un viaggiatore nomade e un musicista indie; David invece ha un’aria più matura, un giovane uomo che si è ripulito da poco dagli strascichi dell’adolescenza e che si sta affacciando alla vita adulta.
Non abbiamo molti anni di differenza, per niente, eppure mi sembra che fra di noi ci sia un abisso in termini di esperienza e di approccio al viaggio.
David è partito sei mesi fa, dopo essersi laureato in Business e Psicologia, mentre Dylan ha deciso di lasciare la sua laurea in Chimica e Spagnolo e di lanciarsi in questa avventura e cercare di capire cosa fare nella vita.
Tre universi diversi, ma fondamentalmente una sola motivazione in comune: uscire dalla nostra “comfort zone” e lanciarci in un ambiente che non è il nostro, conoscere, capire, confrontarci.
“Viaggiare è una brutalità”, ripenso a Pavese e per la prima volta credo di capire esattamente che cosa intendesse scrivendo ciò, mentre questi due ragazzi mi raccontano delle loro esperienze peggiori, delle notti passate in ospedale o quelle passate dormendo all’aperto, nei parchi.
Si sono conosciuti in Spagna, in ostello e da lì sono rimasti in contatto, continuando a condividere le esperienze del loro viaggio, che ad oggi li ha portati a Londra, dopo essere stati in quasi tutti gli stati Europei, due giorni qui, tre giorni lì, dormendo in ostelli ed utilizzando i mezzi pubblici per i loro spostamenti.

“Perché forse in fondo è vero che per essere capaci di vedere cosa siamo dobbiamo allontanarci e poi guardarci da lontano”
Ora mi viene in mente Daniele Silvestri, e mentre ascolto le loro esperienze non posso fare a meno di pensare che è esattamente ciò che hanno fatto nell’arco di questi sei mesi.
Hanno optato l’Europa per ovvi motivi: la ricchezza artistica e culturale li ha portati a scegliere questa zona del mondo, senza contare il fatto che riuscire ad ottenere un visto per venire qui è stato più facile rispetto ad altri luoghi.
Parliamo un po’ dell’Italia, David mi racconta di una cantina di vini che ha visitato in Toscana, e per un attimo non riesco a fare a meno di sentirmi orgogliosa del mio paese, entusiasmo che però si spegne presto, quando ammetto a malincuore che a differenza loro, io non sono ancora riuscita a visitare Roma, la mia capitale.
Shame on me, lo so.
E mi ritrovo ad essere d’accordo con loro, quando affermano che la maggior parte degli Europei hanno visitato molti meno luoghi in Europa rispetto a loro due.
Questo mi fa venire in mente per un attimo Milano ed il Cenacolo Vinciano: sono anni che mi ripeto che dovrei andare a vederlo ed ancora non l’ho fatto, mentre ci sono turisti che arrivano da tutte le parti del mondo per osservarlo.
Shame on me, doppiamente.
Gironzoliamo fra mercatini vintage, Dylan si prova una marea di giacche, confrontano prezzi, marche, cercano l’affare dell’anno che si adatti alle loro tasche di viaggiatori, la giacca perfetta che ripari dal vento che incontreranno nei loro viaggi, ad un prezzo che gli permetta di potersi pagare la cena per altri 7 giorni.
E mentre li osservo percepisco pienamente la loro curiosità, la loro voglia di vedere, di scoprire, di vivere.
Mi dicono che ho un accento strano, non si capisce bene da dove arrivi, a tratti american ,a tratti british, a tratti indefinibile, ed ancora una volta mi ritrovo a sorridere pensando a quanto sia bello aver sviluppato una caratteristica così unica grazie a tutte le persone con cui sono stata in contatto in questi tre anni.
Tutto mi riporta, ci riporta, al viaggio, al significato che noi gli stiamo dando, alle motivazioni che ci spingono, agli obiettivi che ci siamo posti.
Non tutti sono fatti per questo tipo di viaggio, mi dice Dylan, ed ha ragione.
Come non tutti sono fatti per andare a vivere all’estero, aggiungo io.
Ci vuole spirito di adattamento, forse ancora più di quanto ne serva ad un’emigrante come me, una velocità nel sapersi adattare alle situazioni che ti capitano fra le mani, l’arte dell’arrangiarsi deve far parte di un viaggiatore che intraprende un’avventura del genere.
Loro hanno avuto un percorso in crescendo, David partendo con un gruppo di ragazzi, una sorta di viaggio organizzato per le prime settimane, e Dylan avendo la compagnia di un’amica; hanno capito come muoversi prima di ritrovarsi da soli e continuare sulle loro gambe, ma mi dicono che sarebbero partiti comunque, anche se fossero stati soli.
Ci vuole coraggio, mi dico io, un coraggio che forse io non credo avrei, specialmente perché essendo una ragazza, viaggiatrice in solitaria, correrei molti più rischi di quanti non ne abbiano corsi loro due.
Eppure penso a quanto sia entusiasmante e meravigliosa l’ebbrezza di un’avventura del genere.
Oggi è una giornata gelida, e nonostante sembrino olandesi è chiaro che, da bravi australiani, il freddo non hanno la minima idea di cosa sia.
Continuiamo la nostra passeggiata infinita fra le bancarelle del Sunday Up Market:mi piace fare da guida, indirizzarli nei posti in cui non sono ancora stati, far scoprire loro nuovi angoli della mia Londra, essere parte di questa scoperta, un piccolo tassello nel puzzle immenso di questo viaggio.
Parliamo un po’ dei loro progetti di viaggio.
David è praticamente arrivato al termine e fra 10 giorni tornerà in Australia e si cercherà un “real job”, come l’ha definito lui, mentre Dylan ha in programma di spostarsi in Olanda per qualche tempo prima di tornare a casa e forse essersi chiarito le idee riguardo cosa fare nella vita.
Ci lasciamo dopo un caffè, una birra e ore di conversazione che mi portano a riflettere più che mai sulla motivazione.
Cosa ci fa viaggiare? Cosa cerchiamo nel viaggio?
Ok, ora sto scadendo in una spirale Marzulliana che probabilmente non ha capo né coda, ma la riflessione nasce spontanea.
C’è chi decide di emigrare, c’è chi decide di viaggiare, c’è chi decide che nonostante tutto forse sia il caso di starsene a casa.
L’incontro che ho avuto oggi è stata la conferma che uscire dalla propria “comfort zone” è il primo vero passo, tutto il resto è una conseguenza di una presa di coscienza e messa in atto della voglia di mettersi in gioco.
Per crescere, per migliorare, per capire che strada sia meglio intraprendere nella propria vita.
Viaggiare arricchisce l’anima, e parlando con questi ragazzi è stato un po’ come rivivere insieme a loro il loro viaggio, aver attraversato insieme a loro luoghi che forse non avrò mai l’occasione di visitare nella mia vita.
Mark Twain scriveva: “Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per le cose che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite.”
Non conta come, non conta per quanto tempo, non conta dove.
L’importante è farlo.
Il prima possibile.

“Travelling is a brutality. It obliges us to trust strangers, to lose sight of the familiar comfort of home and friends. You constantly feel off balance. Nothing is yours except the essential things – air, sleep, dreams, the sea, the sky – all things tending towards the eternal or what we imagine of it. ”
Having those words in mind I set off for the appointment I arranged for this afternoon, in East London.
Since I moved here I dealt with people of all kinds and types, but backpackers are a category that I haven’t fully explored yet.
And with a dissertation in touristic anthropology to start, this appointment seems a great way to go about my research.
With these thoughts in mind, I meet David and Dylan, two young Australians who have been travelling the length and breadth of Europe for the past six months.
I met David by chance, a few days ago, as it often happens in London, during a night out with friends and while chatting he began explain his travel experiences.
We are meeting again today at Liverpool Street Station, to continue the full immersion in our travel experiences conversation.
We chat a bit about this and that before we finally find a decent place to grab a coffee and to sit inside, as today London weather is freezing and it does not want to give us a break.
Dylan is young, it is quite clear, he looks like a kid who just left high school, with matted hair and an ear stretcher, a look halfway between a nomadic traveller and an indie musician; David on the other hand looks more mature, a young man who just recently cleared himself from the aftermath of adolescence and is emerging into adulthood.
There’s no big age gap, not at all, but it seems to me that between us there’s a big one in terms of experience and approach to travel.
David started his trip six months ago after graduating in Business and Psychology and Dylan has decided to leave his degree course in Chemistry and Spanish to embark on this adventure and try to figure out what to do in his life.
Three different universes, but just one motivation in common: to get out of our “comfort zone”, immerse ourselves out into an unfamiliar environment to understand and deal with other realities.
“Travelling is a brutality”, I think of Pavese and for the first time I think I understand exactly what he meant by that, especially while these two guys are telling me about their worst experiences of nights spent in hospitals or the ones when they slept outside in parks.
They met in Spain in an hostel and from there on they stayed in touch and continued sharing the experiences of their journeys.
After having being to almost all European countries, these experiences have led them to London, two days here, three days there, sleeping in hostels and using public transport for their journeys.

“Because maybe, at the end of the day, it is true that to be able to see what we are, we have to turn away from ourselves and then look at us from a distance”.
Now I think of Daniele Silvestri, and while listening to their experiences I cannot help thinking to myself that this is exactly what they have done over the past six months.
They went to Europe for obvious reasons: the artistic and cultural wealth led them to choose this area of the world, not to mention the fact that being able to get a visa to come here was easier than for other countries.
We talk a bit about Italy, David tells me about a wine cellar that has visited in Tuscany, and for a moment I feel proud of my country.
But my enthusiasm wears off soon, when I admit reluctantly that unlike them, I haven’t been able to visit Rome, my capital.
Shame on me, I know.
And I find myself agreeing with them, when they say that the majority of Europeans haven’t seen many places in Europe.
This reminds me for a moment of Milan and Leonardo’s Last Supper: for years I have been telling myself to go see it and I still haven’t done it, while there are tourists coming from all parts of the world to observe it.
Shame on me twice.
We stroll among vintage markets, Dylan tries on a lot of jackets, they compare prices, brands; they are looking for the bargain of the year that suits their traveller’s pockets, the perfect jacket that shelters from the wind they will encounter in their travels, at a price that allows them to be able to pay for dinner for an additional 7 days.
And as I look at them I fully perceive their curiosity, their desire to see, to discover, to live.
They tell me that I have a weird accent, it’s not clear where it comes from, sometimes American, sometimes British, sometimes indefinable, and once again I find myself smiling, thinking about how nice it is to have developed a unique feature, thanks to all the people with whom I have been in contact in the past three years.
Everything brings me, brings us, back to travel, to the sense that we are giving to the motivations that drive us, to the objectives that we have set.
Not everyone is made for these kind of trips, Dylan says, and he’s right.
As not everyone is made to live abroad, I might add.
It takes a willingness to adapt, perhaps even more than an immigrant like me might need, a particular speed to adapt to situations that might happen on the road; the art of getting by must be inside a traveler that jump into an adventure like this.
They started from the basics and they built on them.
David starting out with a group of guys with a journey organized for the first few weeks, and Dylan in the company of a friend.
They figured out how to manage the situation before finding themselves alone and continue by themselves, but they tell me that they would leave anyway, even if they were alone.
It takes courage, I tell myself, a courage that perhaps I don’t think I would have, especially because as being a girl I would run into a lot more risks compared to them.
But at the same time I think about how exciting and wonderful the thrill of an adventure is.
Today is a cold day, and, despite the fact that they look Dutch, it is clear that, as good Australians, they don’t know how to deal with cold weather.
We continue our endless walk among the stalls of the Sunday Up Market: I like to lead, direct them to places where they haven’t been yet, to help them discover new corners of my London, to be part of this discovery, a small piece in the puzzle of their immense journey.
We talk about their future plans.
David has almost finished his trip, he will return to Australia in 10 days and will look for a “real job”, as he called it, while Dylan is planning to move to Holland for some time before going back home and perhaps have clarified his ideas about what to do in life.
We say goodbye to each other after a coffee, a beer and many hours of conversation that lead me to think more than ever about motivation.
What motivates us to travel? What do we expect from a trip?
Ok, now I’m running out into an endless spiral of questions that probably does not make any sense, but a moment of reflection arises anyway.
There are those who decide to emigrate, there are those who decide to travel, there are those who decide that despite everything perhaps it is appropriate to stay at home.
The encounter I had today was the confirmation that getting out of our “comfort zone” is the very first step.
All what happens next is a consequence of raising awareness about how we want our lives to be.
To grow, to improve, to understand which way is the best path for us.
Travel enriches the soul, and talking with these guys was a bit like living part of their journey, passing through places that I’ll maybe never have the chance to visit in my life.
Mark Twain wrote: “Twenty years from now you will be more disappointed by the things that you didn’t do than by the ones you did do. So throw off the bowlines. Sail away from the safe harbour. Catch the trade winds in your sails. Explore. Dream. Discover.”
It does not matter how, no matter how long, no matter where.
The important thing is to do it.
As soon as possible.

Advertisements

4 comments on “Just do it

  1. Holly
    25 November 2012

    Ciao,innanzitutto ti faccio i complimenti per il blog,lo seguo da un pò e mi piace molto. Apprezzo sia come scrivi che ciò che scrivi,e leggerti mi fa ritornare anche solo per un attimo nella mia amata Londra. Il progetto di trasferirsi lì c’è ed è reale,dunque non starò qui a dilungarmi troppo su quanto vorrei raggiungerti al più presto 🙂
    Vorrei però soffermarmi su una cosa:questo post è bellissimo,e da sempre anche io vorrei partire come i due ragazzi australiani ed esplorare il mondo. Chi mi conosce sa che sono una persona apparentemente schizzinosa,ma che in realtà sa adattarsi ai cambiamenti in modo rapido e che (soprattutto) non è che in Italia si trovi così bene. Però il problema è, in che modo potrei sentirmi sicura ad intraprendere un viaggio del genere?Lo dici anche tu,in quanto ragazza correresti molti più pericoli..e allora che si fa?Io adoro viaggiare,ancor di più se da sola,ma come fare se nessuno è disposto a venire con me? Purtroppo ciò che mi frena è solo questo (e per come la vedo io non è poco).
    Ancora complimenti, scusa per il papiro e in bocca al lupo per tutto!

    • Federica
      25 November 2012

      Ciao Holly, ti ringrazio moltissimo per le tue parole, mi fanno davvero molto piacere 🙂
      Sapere che grazie ai miei post tante persone, come te, riescono a rivivere un po’ delle loro avventure di viaggio mi riempie immensamente di gioia.

      Come si fa a viaggiare sole… bella domanda!
      Non è per niente facile a mio avviso, specialmente se si decide di intraprendere un viaggio di quel tipo.
      Ci tengo però a sottolineare il fatto che entrambi i ragazzi che ho intervistato non sono partiti soli dall’Australia, ma erano entrambi in compagnia.
      Fondamentalmente non se la sono sentita nemmeno loro di intraprendere un viaggio del genere senza un minimo di supporto e onestamente li capisco bene.
      Cercare una soluzione alternativa, che ti permetta di realizzare un viaggio così, mantenendo la tua indipendenza ma avendo un aiuto in caso di bisogno è l’ideale ma non so se in Italia esistono tour operator che organizzano questi tipi di viaggio, come ad esempio succede in Australia… bisognerebbe provare ad informarsi 🙂

      Crepi il lupo e buona fortuna per il tuo progetto di viaggio 😀

      Un abbraccio!!

  2. Simone Guerra
    22 November 2012

    Ovviamente sono d’accordo e ti capisco quando parlando con stranieri che hanno visitato Roma, gli dici che non ci sei ancora stata. E’ successo molte volte anche a me 🙂
    Viaggiare serve, serve, e mi vengono in mente queste frasi:
    “A man needs to travel. By his means, not by stories, images, books or TV. By his own, with his eyes and feet, to understand what is his. For some day planting his own trees and giving them some value. To know the cold for enjoying the heat. To feel the distance and lack of shelter for being well under his own roof. A man needs to travel to places he doesn’t know for breaking this arrogance that causes us to see the world as we imagine it, and not simply as it is or may be. That makes us teachers and doctors of what we have never seen, when we should just be learners, and simply go see it.”
    Amyr Klink (Brazilian sailor and writer)

    • Federica
      23 November 2012

      Eheh, prima o poi ci andremo a Roma, che cavolo!

      Grazie mille per la citazione di Amyr Klink, sono bellissime parole 🙂

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

Social

On Twitter

%d bloggers like this: