Una stanza tutta per sé

The London diary & other adventures

Riflessioni sulla danza Pt.I

Ogni volta che tento di scrivere a riguardo della danza riesco a battere le prime due righe e poi, inevitabilmente, mi fermo, le parole mi scivolano via di mano, si nascondono negli angoli della mente.
E’ un po’ come tentare di descrivere qualcosa che si è vissuto sulla propria pelle e che ha lasciato delle ferite troppo profonde, che sono lì e ti guardano, ti ricordano ogni giorno la tua storia, perché ciò che sei diventata dipende da loro; tentare di scrivere a proposito della danza è stato come lanciarci del sale sopra e poi vederlo friggere, lentamente.

Ho ballato per dieci anni della mia vita, ho insegnato, mi sono esibita su tanti palchi, per passione.
Una passione vissuta in maniera amatoriale, s’intende, non mi è mai passata nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di diventare una ballerina professionista, non avrei mai potuto permettermelo.
Eppure non ho mai smesso.
Non fino in fondo almeno.
In venticinque anni ho avuto la possibilità di allontanarmene tante, tante volte, e ci ho anche provato, ma ogni volta che ho tentato il destino mi ha messo il bastone fra le ruote: non è un caso se metà dei miei ex coinquilini (e anche gli attuali) sono ballerini.
Ci sono giorni in cui mi domando se qualcosa o qualcuno stia facendo di tutto per farmi capire che la mia vita deve essere necessariamente legata alla danza, perché più cerco di uscirne più ci ricasco dentro, in maniera sempre più profonda e travolgente.
Ho evitato le sale di danza per due anni, mi sono allontanata da loro come ci si allontana da una droga, andandoci solamente quando la mia mente, il mio corpo e il mio cuore non riuscivano a reggere più la distanza, finché le crisi d’astinenza non diventavano troppo forti e non mi ritrovavo a ballare per casa come una pazza.
Dieci sterline bastavano per comprare la mia dose di felicità.
Danzavo con le sedie, con i divani, rotolavo sul letto, restavo in equilibrio sotto la doccia: mi “facevo” letteralmente di danza, la volevo sentir scorrere dentro di me più di qualsiasi altra cosa al mondo, mi riempiva, mi faceva vibrare il cuore come mai nessuno è riuscito a fare.
Ma non riuscivo ad avvicinarmi ad una sala senza sentire le lacrime scaldarsi negli occhi.
L’ultimo saggio di danza me lo ricordo bene, credo rimarrà impresso nella memoria a fuoco: ricordo la vista della platea dal palco, la sua pendenza, le quinte, i camerini, l’odore di sudore, l’attrito della pece sotto le mezze punte, l’adrenalina, il fiato che mancava, i sorrisi, la musica che vibrava fra le costole.
Ricordo quanto ho pianto alla fine di quello spettacolo, ho abbracciato le mie compagne come se stessi per partire e andare in guerra, per un viaggio senza ritorno, senza destinazione, ma con un bagaglio di ricordi a seguito che avrebbe appesantito anche la persona più forte e determinata.
Dopo quel giorno non ho quasi toccato cibo per diversi giorni, non riuscivo a sorridere, nemmeno a parlare, passavo le mie giornate cercando di trattenere le lacrime, cercando di imparare a vivere con un macigno sul cuore.
“Ma come si fa? Come faccio?” mi domandavo.
Ma era necessario, il perché non è importante ora, ma sapevo di doverlo fare.
Uno dei motivi per cui amo Londra così tanto è che è riuscita a guarirmi, mi ha tolto quel macigno, fatto di mille piccoli sassolini, dal cuore, giorno dopo giorno, ha richiuso le ferite e mi ha preso per mano, riportandomi verso lo specchio con un sorriso.
Ha preso un granello per volta, ha medicato le mie ferite, ha massaggiato i miei muscoli, ha riempito le mie orecchie di musica nuova, di arte, di colori, di passatempi che per troppo tempo avevo lasciato da parte per inseguire un sogno che non sentivo più mio da troppo tempo.
Mi ha donato nuovamente ispirazione e determinazione, mi ha aiutato più di quanto abbiano mai fatto tutte le mie insegnanti in dieci anni di studio, senza parole, ma con la pazienza che solo un luogo che senti tuo ti sa offrire, senza aspettarsi niente in cambio.

Le sale di danza sono l’unico posto al mondo nel quale riesco a non pensare, a non distrarmi, a sorridere di gusto nonostante io abbia trascorso la giornata più miserabile, la mia anima diventa leggera, mi annullo a ritmo di musica.
Non ci sono domande, non ci sono risposte.
Perché non importa in quale parte del mondo io mi trovi, quando sono in una sala di danza, davanti ad uno specchio, mi sento sempre a casa.

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