Una stanza tutta per sé

The London diary & other adventures

Canterbury, 22 aprile 2012

Non ci sei.

Ti ho cercato dappertutto, nel taschino dello zaino, nelle pieghe della giacca, dove ti nascondevi come facevi una volta, quando mi scivolavi su dal collo fino all’orecchio e mi solleticavi la mente.
Non ci sei.
Mi sono addirittura dovuta fermare per un istante, in mezzo alla strada, fra la gente che mi passava accanto a passo sostenuto scattando fotografie, e realizzare, prendermi un istante per capire che cosa veramente mi stesse facendo uno strano effetto, una strana sensazione di tranquillità mista a solitudine.


Forse me l’aspettavo doloroso, eclatante, rumoroso… ed invece è arrivato di soppiatto, in silenzio.
Forse perché ci sei sempre stato, ed all’inizio eri il mio compagno di viaggi preferito, quello che portavo nella mente, colui che condiva con un sapore agrodolce le mie serate solitarie, quando ancora la fantasia aveva la possibilità di viaggiare e la realtà aveva il peso di una piuma. Tu c’eri. O forse ero io a volerti con me?
Poi sei diventato una presenza scomoda, quasi ingombrante, quando cercavo di far stare in valigia un paio di scarpe col tacco e quella maglia scollata, tu occupavi tutto lo spazio necessario.
“Quanta presunzione!” pensavo.
“Levati, fammi spazio, fa’ spazio alle mie cose…” eppure, chissà come, riuscivi sempre a trovare uno spiraglio.
È stato allora che ho smesso di voler preparare valigie, quando mi sono resa conto che lo spazio che tu avresti occupato sarebbe stato sempre troppo rispetto al mio e a quello delle mie scarpe.
“Non si può viaggiare così…” mi dicevo.

Ed allora ho aspettato.

Ho camminato per questa città tenendoti aggrappato all’orlo dei jeans, alle frange della borsa, dando uno strattone ogni tanto, sperando che saresti caduto, in qualche pub o in discoteca.
 Ho aspettato, ho camminato.
Credo di averti lasciato una sera ad un bus stop, davanti a Liverpool Street Station.
Credo, non ne son certa.
La modalità shuffle del mio IPod aveva deciso che quello era il momento di ascoltare la tua canzone preferita, quella che avevo ascoltato già una volta, insieme a te, mentre ero io ad appendermi alle tue labbra in una notte di aprile sfumata dai colori dell’alcool.

Ed allora l’ho ascoltata.

Per la prima volta sono riuscita ad arrivare fino alla fine, a sentirmela tutta, quasi a canticchiarla… senza odio, senza sofferenza.
Percepivo un vago risentimento, un leggero rancore stagnante che probabilmente sarei riuscita a smaltire prima e più in fretta se fossi stata in grado di reggere il peso di quei 4 minuti e 14 secondi infiniti; c’era una sorta di eco che ti richiamava, come quando si accosta una conchiglia all’orecchio e si sente il rumore del mare.

Ma non c’era odio, non c’era sofferenza.

E poi ti ho lasciato, ti ho abbandonato lì alla fermata di quel bus, ti sei staccato dalla manica della mia giacca e ti sei incamminato verso casa… come avresti dovuto fare in passato, in una sera così simile a quella.
Ma a Londra tutto è diverso, le emozioni possono riecheggiare fra le luci di Leicester Square e dei locali di Shoreditch come possono ovattarsi alle fermate degli autobus.
Ti ho portato con me per tanto tempo che, ora, non averti più mi dà la stessa sensazione di una partenza, quando credi di aver dimenticato qualcosa di vitale importanza, ma quando apri la valigia ti rendi conto che tutto è lì, ti sei ricordata di tutto l’essenziale.

Eppure percepisci sempre che qualcosa manca.

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6 comments on “Canterbury, 22 aprile 2012

  1. Simone Guerra
    24 October 2012

    Caspita, complimenti. Sarà perchè ho vissuto le stesse cose nella stessa città ma questo post è incredibile. Agrodolce, bello e doloroso allo stesso tempo. E comunque quel qualcosa manca sempre, vero.

    • Federica
      24 October 2012

      Grazie Simone, è uno dei post che è stato al tempo stesso più difficile e più facile da scrivere, le parole mi uscivano di getto, ma più scrivevo più riaffioravano i ricordi.
      Canterbury è stata una gita impegnativa, nonostante fossi partita con le più buone intenzioni. Fortunatamente però, al ritorno, ho provato una leggerezza che non provavo da tanto.
      Anche la mancanza ora è sempre più lieve.

  2. Marta
    7 May 2012

    Come al solito..wooow!

  3. Iris Taverna
    7 May 2012

    Bellissimo stile. Tieni desta l’attenzione raccontando, in fin dei conti, un episodio che si potrebbe narrare con due, forse tre parole. Please, go on.

    • Federica
      7 May 2012

      Grazie mille Iris 🙂
      Il mio stile è in continua evoluzione e, anzi, varia in base a ciò che scrivo e per il momento mi piace questa cosa.
      Sto sperimentando le varie sfumature che la mia scelta di parole può trasmettere sia a me che ai lettori, e ammetto che quando ho scritto questo post mi ha lasciato tanto.
      Paradossalmente mi sono svuotata sulla carta e mi sono riempita di emozioni al tempo stesso.
      Grazie mille.

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