Una stanza tutta per sé

The London diary & other adventures

E’ come una costante sensazione di mancata appartenenza

Ore 9.20 . Apro gli occhi.
Mi sorprendo del buio totale e sono momentaneamente confusa.
Poi ricordo : sono a casa, ci sono le persiane. Mi rigiro nel letto cercando di svegliarmi, le sei ore di sonno, son servite a ben poco.
Le uscite con gli amici, invece, servono sempre tanto.
E si che mia madre me l’aveva detto “Vedi di non far tardi che devi andare dal dentista!”.
Già, non far tardi. Il dentista.
E le mamme son sempre le mamme, anche dopo quasi due anni che non vivi più con loro.


Arranco alla macchina del caffè e finalmente comincio a riprendere lucidità, ovviamente in ritardo.
“Fammi guidare mà, dai”.
Mi siedo al volante, accendo la macchina e uscendo di casa mi rendo conto di essere ancora in grado di guidare, fortunatamente, come ogni volta.
E’ sempre una piccola gioia, rendersi conto di essere ancora in grado di fare qualcosa.
Sento il caffè fare il suo effetto, mentre il sole continua a salire nel cielo e scaldare i prati e i tetti delle case. Mi mancava il sole, dopo tutta questa pioggia. E il sole di casa ha sempre una sfumatura diversa, luccicante sulle punte degli alberi. Accendo la radio e mi godo il fatto di non dovermi concentrare per capire l’argomento della trasmissione.
Imbocco una strada che avrò percorso una cinquantina di volte in vita mia e la sento stranamente sconosciuta, non ricordo le buche e i tombini, ma poco male, il senso dell’orientamento almeno è rimasto.
Arrivo nel centro del paese e parcheggio. “Buono dai, so ancora far manovra” penso fra me e me.
In piazza della chiesa c’è movimento, ragazzini ormai in vacanza da scuola, nonni coi nipotini e nuvole di vecchietti seduti sulle panchine a godersi il sole mattutino.
Percepisco voci. Parlano di referendum, pensioni, ospedali, programmi per le vacanze.
Il tutto in un dialetto che non sentivo da troppo tempo, ma che ancora, nonostante non sia mai riuscita a parlare, ancora comprendo. Mi si stringe lo stomaco.
Nel bar della piazza i pettegolezzi e le voci si fanno più forti.
Chi parla del saggio di danza della nipote, chi compra un “Gratta e Vinci”, chi ordina un caffè.
Come si fa solo in Italia : “Un caffè, prego!”.
Qui non esistono Frappuccini, caffè mocha, small, medium o large.
Arrivo dal dentista pronta a rispondere alle domande di circostanza : “Allora, come si sta in Inghilterra?” “Non torni più eh?” “ Chissà la tua mamma come sta che non ti vede mai”.
Come sto io, che non la vedo mai, non me lo chiede quasi mai nessuno.
Sorridendo rispondo come sempre, dicendo che tutto procede, che mi trovo bene a parte il tempo, che sono in vacanza e mi sto rilassando.
Finito l’appuntamento, scendiamo nuovamente in piazza e ci avviamo verso il panettiere.
Per la strada passiamo accanto ad una coppia di mamme con bambini a seguito e le sento discutere sui malanni dei rispettivi figli, non esistono più le mezze stagioni, ma tu da che pediatra lo porti, quello grande non riesce a trovare lavoro.
Sorrido, mi si riempie il cuore di tenerezza.
Quanto mi mancano le panetterie italiane, mi ricordano la mia infanzia.
L’odore di pane fresco che ti fa venire l’acquolina in bocca.
Una signora accanto a me parla alla commessa : “Tina, tienimi qua il sacchetto dieci minuti, finché vado in farmacia”. I paesini della Brianza, che meraviglia.
Cammino verso la macchina col sole che mi scalda il viso, comincia a far caldo, tutto è tranquillo.
Troppo tranquillo.
Davanti a me cammina una ragazza, indossa un paio di scarpe che ho visto addosso ad almeno altre sei o sette negli ultimi due giorni.
Bauletto Vuitton di rigore. Ma non c’era la crisi?
Improvvisamente mi ricordo della banalità.
Vorrei una testa rossa, un paio di calze strappate, un venditore ambulante di “Big Issue”.
Che caspita mi prende?
Arrivo alla macchina e un ragazzo di colore mi chiede se ho delle monete.
“No, mi dispiace, non ho resto ora” dico dispiaciuta, e lo sono veramente.
Vorrei i carrozzieri Giamaicani che lavorano cantando, il ragazzo asiatico che vende le sigarette al benzinaio sotto casa, e gli indiani di Brick Lane davanti ai ristoranti dove lavorano che t’invitano a forza ad entrare per la cena.
Vorrei sentire quella che ho definito casa mia per ventitré anni, veramente tale.
Quando inizi a chiamare “casa” due posti completamente opposti e diversi, tutto si confonde.
I gesti delle persone, il rumore nelle piazze, i vestiti nelle vetrine dei negozi, i ritmi di vita.
Ho il cuore spaccato in due.
Come so che a Londra non potrò mai avere il calore della mia famiglia, i sorrisi e gli abbracci degli amici di vecchia data e la comodità di arrivare in dieci minuti da un posto all’altro, so che qui non potrò mai avere l’apertura mentale, la vivacità, l’indipendenza, il melting pot.
E allora, come si fa?
Non si fa, s’impara a vivere sapendo che un posto solo dove vivere non sarà mai abbastanza.
E forse neanche due.

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2 comments on “E’ come una costante sensazione di mancata appartenenza

  1. Michela Alessandrini
    27 April 2012

    Una sensazione che condividiamo, allora, questa mancata appartenenza..
    Homesick, ’cause I don’t longer know where home is!
    Forse casa non è da nessuna parte, se non dentro.

    Quante volte, tornando nella casa del passato italiana a quella del presente parigino ho sentito che il mio letto non era più mio,
    ma che ne avevo ancora bisogno!

    • Federica
      8 May 2012

      Non sai quanto ti capisco Michela 🙂

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This entry was posted on 12 April 2012 by and tagged , , , , .

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